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03Ott 2017

 

L’home restaurant è l’attività di ristorazione svolta da persone fisiche all’interno di abitazioni private e rientra tra le attività della c.d. sharing economy che ha suscitato recentemente un acceso dibattito.

In particolare, l’attività di home restaurant è stata oggetto di attenzione, dapprima, da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, poi, del legislatore e, più recentemente, dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Il Ministero dello Sviluppo Economico, con la risoluzione n. 50481, del 10 aprile 2015, ha classificato l’home restaurant come un’attività vera e propria di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande e, pertanto, soggetta alle disposizioni di cui all’articolo 64, comma 7, del d.lgs n. 59/2010 e s.m.i. Ciò significa che, previo possesso dei requisiti di onorabilità nonché professionali di cui all’articolo 71 del d.lgs 59/2010 e s.m.i., i soggetti che intendono svolgere l’attività di home restaurant, sono tenuti, secondo la predetta risoluzione del Ministero dello Sviluppo Economico, a presentare la Segnalazione Certificata di Inizio Attività (“SCIA”) al comune competente dove si svolge l’attività di home restaurant o a richiedere al medesimo l’autorizzazione amministrativa, ove trattasi di attività svolte in zone tutelate, ossia in zone del territorio che i comuni intendono sottoporre a provvedimenti di programmazione delle aperture degli esercizi di somministrazioni di alimenti e bevande per finalità ad esempio di sostenibilità ambientale, sociale e di viabilità.

Più recentemente il legislatore con il disegno di legge AS n. 2647 recante “Disciplina dell’attività di ristorazione in abitazione privata”, approvato dalla Camera dei Deputati e attualmente in corso di esame da parte del Senato, ha cercato di regolare l’attività di home restaurant, in maniera, alquanto “restrittiva”. Infatti, tale disegno di legge:

  • prevede che la suddetta attività sia svolta per il tramite di piattaforme digitali, gestite da un Gestore, che mette in contatto l’Utente Cuoco, che materialmente svolge l’attività di ristorazione, e l’Utente fruitore, che utilizza il servizio (articolo 2, comma 1, a);
  • impone che le transazioni di denaro avvengano mediante le piattaforme digitali ed esclusivamente attraverso sistemi di pagamento elettronico (articolo 3, comma 3);
  • impone agli Utenti Cuochi di: (i) avvalersi della propria organizzazione familiare e utilizzare parte di una unità immobiliare ad uso abitativo che deve possedere le caratteristiche di abitabilità e di igiene ai sensi della normativa vigente per gli immobili aventi tale destinazione (articolo 4 comma 2, articolo 5 comma 1) (ii) possedere i requisiti di onorabilità di cui all’articolo 71, commi 1 e 2, d.lgs 59/2010 (articolo 4, comma 3);
  • attribuisce al Gestore una serie di obblighi di:
    • verifica sugli Utenti Cuochi relativamente all’avvenuta stipula da parte di quest’ultimi di polizze assicurative per la copertura dei rischi derivanti dall’attività di home restaurant e per la responsabilità civile verso terzi collegata all’unità immobiliare in cui si svolge tale attività, nonché sul possesso dei requisiti da parte dell’Utente Cuoco per svolgere l’attività in esame (articolo 3, comma 6 e comma 7);
    • di informativa alla clientela circa il servizio offerto e le coperture assicurative stipulate, (articolo 3, comma 8);
  • obbliga il Gestore a comunicare, ai comuni, per via digitale le unità immobiliari registrate nella piattaforma presso le quali si svolgono l’attività di home restaurant (articolo 3, comma 9);
  • esenta gli Utenti Cuochi dall’obbligo di stipulare le coperture assicurative e il Gestore da quello di indicare al comune competente le unità immobiliari in cui si svolge l’attività solo in caso di eventi enogastronomici c.d. di social eating, organizzati per non più di cinque volte nell’anno solare e per un massimo di 50 coperti complessivi (articolo 4 comma 2);
  • stabilisce che l’attività di home restaurant non può superare il limite di 500 coperti per anno solare né generare proventi superiori a 5.000 euro annui (articolo 4, comma 4);
  • impone che le unità immobiliari ad uso abitativo utilizzate per l’esercizio dell’attività di home restaurant posseggano le caratteristiche di abitabilità e di igiene previste per gli immobili aventi tale destinazione;
  • vieta di svolgere la suddetta attività nelle stesse unità immobiliari ad uso abitativo in cui sono esercitate attività turistico-ricettive in forma non imprenditoriale o attività di locazione per periodi di durata inferiore a trenta giorni (articolo 5, comma 3).

È evidente che il disegno di legge n. 2647 pone chiare limitazioni all’attività di home restaurant e, per questo, è stato fortemente criticato da parte degli operatori della c.d. sharing economy ed è stato anche recentemente criticato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

In particolare l’AGCM nel proprio parere, datato 30 marzo 2017, ha affermato che il suddetto disegno di legge “appare nel suo complesso idoneo a limitare indebitamente una modalità emergente di offerta alternativa del servizio di ristorazione e, nella misura in cui prevede obblighi che normalmente non sono posti a carico degli operatori tradizionali, risulta discriminare gli operatori di home restaurant, a favore dei primi, senza rispettare il test di proporzionalità, necessarietà delle misure restrittive rispetto al perseguimento di specifici obiettivi imperativi di interesse generale, come invece richiesto a livello europeo”.

Il parere dell’AGCM ha quindi ulteriormente acceso il dibattito sull’attività di home restaurant che, comunque, manca ancora di una normativa – attualmente al vaglio del Senato –  in grado di bilanciare adeguatamente, da un lato, gli interessi degli operatori del settore e, dall’altro, gli indubbi vantaggi della c.d. sharing economy.

di Katia Guerra 

 

03Ott 2017

Nell’ordinanza n.  14861 del 27 giugno 2017, le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno ritenuto valida la clausola compromissoria in materia di determinazione del canone anche con riferimento ai contratti di locazione non abitativa.

La decisione, resa al termine di un regolamento preventivo di giurisdizione, non è di poco conto se si considera che, finalmente, la Suprema Corte si è espressa con una decisione netta su una questione superata legislativamente in termini molto chiari quanto alle locazioni abitative, ma lasciata dal legislatore nel limbo quanto alle locazioni non abitative.

Tema centrale dell’ordinanza delle Sezioni Unite è l’interpretazione dell’art. 14 comma 4 della legge n. 431 del 1998. La norma, inserita nella legge di riforma delle locazioni abitative, ha abrogato alcune disposizioni della legge n. 392 del 1978 con una formulazione che ha dato adito a due diverse e opposte interpretazioni. Per capire le due diverse opinioni occorre anzitutto ricordare che l’art. 14 comma 4 della legge n. 431 del 1998 stabilisce che: “Sono altresì abrogati la L. 27 luglio 1978, n. 392, articoli 1, 3, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 54, 60, 61, 62, 63, 64, 65, 66, 75, 76, 77, 78, 79, limitatamente alle locazioni abitative, e 83, e successive modificazioni”. L’art. 54 della legge n. 392 del 1978 è sicuramente tra le norme abrogate, ma l’inciso “limitatamente alle locazioni abitative” crea un dubbio interpretativo perché, se da un lato, sembrerebbe che il legislatore avesse inteso riferirlo a tutte le norme previamente elencate (e, dunque, anche all’art. 54), dall’altro, non si può escludere che il legislatore lo abbia inteso invece riferito al solo art. 79.

Nell’ordinanza in commento le Sezioni Unite, dopo aver ricordato le ragioni a sostegno dell’una e dell’altra tesi optano, con uno strappo rispetto alla precedente interpretazione prevalente della Corte, per la tesi che vuole l’abrogazione in toto dell’art. 54, sia con riferimento alle locazioni abitative sia con riferimento alle locazioni non abitative. Ciò perché una diversa conclusione condurrebbe, secondo le Sezioni Unite, all’illegittimità costituzionale dell’art. 14 comma 4 per contrarietà all’art. 3 della Costituzione. Infatti, ricorda la Corte che la ratio dell’art. 54 risiede nell’esigenza di tutelare il conduttore, contraente debole, dinanzi al locatore, contraente forte, che, imponendo una clausola compromissoria, avrebbe sottratto alla giurisdizione ordinaria le controversie sulla determinazione del canone. Venuto meno il sistema dell’equo canone nelle locazioni abitative, anche la ratio dell’art. 54 non ha più ragione d’essere tant’è che il legislatore l’ha espressamente abrogato; ma allora, secondo le Sezioni Unite, per evitare il rischio di una dichiarazione di illegittimità costituzionale, occorre interpretare l’art. 14 comma 4 nel senso di estenderlo anche alle locazioni non abitative nelle quali “il conduttore è un imprenditore o un professionista, dunque un soggetto normalmente meno bisognoso di tutela rispetto al conduttore nelle locazioni ad uso di abitazione.”

In altre parole: se il legislatore ha abrogato il divieto di clausola compromissoria per le locazioni abitative, a maggior ragione per le Sezioni Unite tale divieto deve considerarsi venuto meno anche con riferimento alle locazioni non abitative, perché altrimenti saremmo di fronte ad una disparità ingiustificata e dunque costituzionalmente illegittima ai sensi dell’art. 3 della Costituzione, visto che il conduttore di una locazione non abitativa solitamente è soggetto più forte rispetto al conduttore di una locazione abitativa.

Probabilmente, questa ordinanza non metterà la parola “fine” alla ventennale discussione giurisprudenziale sulla validità delle clausole compromissorie in tema di canone nelle locazioni non abitative, ma sicuramente spingerà sempre più players del mercato retail a fare ricorso alla giustizia degli arbitri notoriamente più veloce della giustizia ordinaria.

di Maria Grazia Colombo

03Ott 2017

A partire dal 1 marzo 2017 sono entrate in vigore le nuove regole della procedura arbitrale semplificata e accelerata dell’ICC (International Court of Arbitration dell’International Chamber of Commerce) in relazione a controversie di “modesta” entità (Small Claims – Expedited Procedure Rules).

La nuova procedura è stata pensata per controversie di valore pari o inferiore a USD 2.000.000, che l’ICC ha voluto sottoporre, appunto, ad una procedura arbitrale più snella rispetto a quella ordinaria (applicabile alle controversie di valore superiore).

In realtà, la nuova Expedited Procedure può essere applicata anche a controversie di valore superiore per mezzo di un sistema di opt-in, così come, allo stesso modo, alle controversie di valore inferiore, tramite un sistema di opt-out, può essere applicata la procedura ordinaria.

La vera innovazione dell’Expedited Procedure consiste nell’aver creato un apparato di regole volte a conferire speditezza al procedimento arbitrale e, conseguentemente, a contenerne i costi: costi che, il più delle volte, disincentivano le imprese dall’avvalersi dell’arbitrato ICC per la risoluzione delle controversie.

E allora ecco che l’ICC, sulla scia di quanto già previsto da altre Camere arbitrali internazionali, ha predisposto una procedura più efficiente e veloce, tale da consentire di giungere ad una decisione arbitrale anche nell’arco di soli sei mesi dalla proposizione della domanda, ed a costi ragionevoli.

Si pensi che una controversia pari a USD 1.500.000 potrebbe costare complessivamente circa USD 67.000, mentre la medesima controversia, se sottoposta alla procedura ordinaria, potrebbe arrivare a costare più del doppio. Questo anche perché è prevista, di default, la nomina di un arbitro unico, in luogo del collegio di tre arbitri previsto per la procedura ordinaria, nonché la possibilità per la ICC di nominare comunque uno solo arbitro anche quando le parti hanno previsto la costituzione del collegio arbitrale.

Le ragioni di speditezza, invece, sono soddisfatte dall’istruttoria meramente documentale, dalla previsione che le udienze si possano svolgere anche a mezzo video conferenza, telefonicamente o addirittura non esservi (anche se le parti le hanno richieste), e dalla mancanza del Terms of Reference (l’atto che delimita l’oggetto dell’arbitrato, rendendo immodificabili le domande delle parti), con conseguente cristallizzazione delle domande delle parti già nella domanda iniziale.

Al fine di non pregiudicare le ragioni di completezza dell’istruttoria, il nuovo Regolamento prevede che permanga, tuttavia, in capo alla ICC, la prerogativa di non applicare al caso concreto le regole della Expedited Procedure, previamente consultandosi con le parti e con il Tribunale arbitrale: ciò comporta che, da un lato, la controversia verrebbe decisa sulla base di una istruttoria adeguata al caso di specie, ma dall’altro i costi – passando di fatto alla procedura ordinaria – lieviterebbero sensibilmente.

Tra le criticità rilevabili della nuova procedura – oltre al già evidenziato rischio che venga nominato un unico arbitro, nonostante la previsione pattizia del collegio arbitrale – si segnala una significativa limitazione della fase istruttoria. Si tratta di un rischio che, tuttavia, sembra essere controbilanciato dagli indubbi vantaggi che la Expedited Procedure comporta rispetto alla procedura ordinaria, in termini di time-efficiency e cost-saving.

Poter prevedere nel contratto la procedura arbitrale semplificata e accelerata dell’ICC, anche in relazione a controversie di valore superiore a USD 2.000.000 risulta, pertanto, di grande interesse per le imprese che, nell’ambito di rapporti commerciali con parti straniere, vogliano avvalersi di una procedura veloce e non dispendiosa per la risoluzione di eventuali future controversie. Allo stesso tempo, qualora non risulti opportuno per le parti optare per siffatta procedura, ad esempio perché il rapporto contrattuale già di per sé potrebbe risultare pregiudicato da una istruttoria semplificata e meramente documentale, le stesse potranno escludere l’applicazione automatica delle Expedited Procedure Rules, anche per controversie inferiori a USD 2.000.000.

Si tratta, tuttavia, di valutazioni che, a priori, potrebbero risultare non agevoli per le parti e in relazione alle quali è sempre opportuno farsi assistere da giuristi esperti: l’assistenza di un esperto nella redazione di una clausola arbitrale tailor made consente infatti all’impresa di valutare in concreto i rischi di causa e di optare con maggiore consapevolezza per la procedura semplificata ovvero per la procedura ordinaria – che comporta tempi più lunghi e costi più elevati – qualora la complessità del rapporto e le possibili questioni, ove insorga una controversia, rendano inadeguata la procedura semplificata. Con l’assistenza di un legale, l’impresa potrà così valutare se siffatta procedura possa costituire un limite nel caso specifico, oppure un’opportunità da sfruttare.

 di Marialaura Frittella e Federica Pianta

03Ott 2017

L’espressione Internet of Things (letteralmente “internet delle cose”) è stata utilizzata per la prima volta nel 1999 da K. Ashton, ricercatore presso il Massachussets Institute of Technology, per descrivere l’interconnessione tra gli oggetti che, attraverso appositi sensori, si connettono alla rete internet, trasferendo dati (e, quindi, informazioni) attraverso un proprio indirizzo IP che ne consente l’individuazione univoca.

Ogni settore della vita quotidiana è coinvolto nel suddetto processo connettivo ed il fenomeno è destinato ad amplificarsi in maniera esponenziale: si stima, infatti, che entro il 2020, nel mondo ci saranno almeno tra i 40 e i 50 miliardi di oggetti in grado di interfacciarsi attraverso la rete.

In effetti molti esempi sono sotto gli occhi di tutti: si parte dalla domotica (con termostati, serrature, lampade che si comandano con un tocco sullo smart phone, elettrodomestici di ogni tipologia e dimensione, ecc.) passando per i cosiddetti werables (orologi, occhiali, ecc.) sino ad arrivare ad ogni possibile declinazione già da tempo messa in atto in ambito aziendale. Entro breve, inoltre, intere città saranno completamente cablate ed intrise di sensori di ogni genere, anche (ma non solo) per permettere la piena implementazione dei self driving vehicles: da qualche anno sono in atto le sperimentazioni sulle automobili, ma esempi già pienamente operativi e funzionati si possono rinvenire nei servizi di trasporto pubblico (treni, metropolitane, ecc.) delle città più evolute.

Come è facile intuire, l’enorme quantità di dati che vengono scambiati tra gli oggetti e, quindi, necessariamente tra i titolari del trattamento dei dati, preposti alla gestione delle relative informazioni, oltre a costituire un patrimonio enorme in termini di abitudine e profilazione degli utenti, comporta, inevitabilmente, la necessità di valutare gli aspetti legali sottesi e, spesso, non sufficientemente tenuti in debita considerazione dalle aziende che forniscono prodotti e servizi smart.

Nel settembre 2016, infatti, il Global Privacy Enforcment Network (GPEN) ha rilevato la grave carenza nella tutela della privacy degli utenti di due terzi dei dispositivi oggetto del sondaggio.

Non è necessario volgere lo sguardo ai colossi oltre oceano per comprendere che le suddette criticità riguardano anche le piccole e medie aziende e ciò per ovvie ragioni: la quantità di dati scambiati è ormai tale, anche nei processi più semplici, da rappresentare una risorsa incredibile in termini di informazioni commerciali, grazie all’acquisizione dei dati personali anche sensibili (o “particolari” in base alla nuova definizione contenuta del Regolamento EU 2016/679 sulla protezione dei dati, applicabile dal prossimo maggio).

Molte aziende, anche indipendentemente dal fatto che ciò rappresenti o meno il proprio core business, sono oggi impegnate, più o meno consapevolmente, nel c.d. data mining, l’operazione che consiste nell’estrazione e nell’esame di grandi quantità di dati anche attraverso software sempre meno costosi ed in grado di analizzare ed interpretare le abitudini degli utenti al fine di veicolare un’offerta commerciale sempre più personalizzata (c.d. profilazione).

Già nel 2014, il “Gruppo di lavoro articolo 29” (organismo europeo preposto ad assicurare che le autorità varie garanti si uniformino nell’applicazione della normativa sulla privacy) ha evidenziato le varie problematiche relative alla diffusione dell’Internet of Things, quelle riguardanti la gestione del flusso dei dati, la perdita degli stessi, la conservazione oltre i termini necessari per le finalità per cui sono raccolti e, non da ultimo, la corretta informazione agli interessati ed la possibilità di essere anonimi.

In particolare, le questioni fondamentali concernono: l’assenza di controllo sui dati generati dai dispositivi connessi; l’inadeguata informativa sul consenso richiesto all’interessato in relazione ai dispositivi connessi e l’eventualità che il consenso sia stato prestato per scopi diversi da quelli che emergono attraverso l’analisi dei dati sottesi; la carenza di controllo sulle informazioni relative alle abitudini e le preferenze degli interessati a seguito dell’aggregazione automatica dei dati; l’assenza di possibilità di rimanere anonimi e, infine, i rischi legati alla sicurezza fisica degli interessati.

A fronte delle suddette criticità, il Gruppo di lavoro ha elaborato delle linee guida per i soggetti convolti nel processo, valide anche alla luce della nuova normativa.

Affinché il trattamento sia legittimo, primaria importanza è stata riconosciuta al consenso al trattamento dei dati: deve risultare evidente la volontà espressa dell’interessato. I titolari inoltre devono rendere semplice ed immediata la revoca del suddetto consenso.

In alternativa, il trattamento deve essere necessario per l’esecuzione del contratto e tale requisito è da interpretarsi in senso restrittivo: è richiesto che ci sia un collegamento diretto tra il trattamento dei dati e lo scopo del contratto.

Da ultimo, gli interessi meramente economici dei titolari non sono idonei a legittimare in trattamento dei dati in assenza delle predette eventualità (consenso o trattamento necessario per l’esecuzione del contratto).

Stabilita la legittimità del trattamento, i dati devono essere trattati in ottemperanza ai principi di correttezza e conformità alla normativa e ciò implica che:

– i dati possono essere raccolti solo per finalità espressamente specificate e preventivamente individuate dai titolari;

– devono essere raccolti solo i dati necessari e per una durata minima in relazione allo scopo (ciò comporta che debbano essere cancellati non appena il contratto si estingue);

– il trattamento dei dati sensibili deve avvenire solo previo consenso dell’interessato;

– i titolari devono fornire un’idonea informativa agli interessati, mantenere un livello di sicurezza adeguato per la protezione dei dati e garantire agli interessati il diritto all’accesso, alla rettifica ed alla cancellazione dei dati;

– la valutazione di impatto preventiva (DPIA) deve essere svolta prima del lancio di qualunque applicazione;

– i dati grezzi devono essere eliminati non appena i dati necessari al trattamento sono stati estratti;

– l’adeguamento alla normativa sulla privacy deve avvenire sin dalla fase di progettazione (privacy by design) e la tutela della protezione del dato deve diventare l’impostazione predefinita affinché siano trattati solo i dati personali necessari per ogni specifica finalità del trattamento (privacy by default);

– gli utenti devono avere il pieno controllo dei propri dati.

I produttori di dispositivi, i programmatori e, in generale, tutti i soggetti coinvolti nel processo IOT sono inoltre tenuti, tra le altre cose, a:

– fornire agli utenti informazioni sulle tipologie dei dati raccolti, su quali dati vengono trasmessi ai sensori, e su come tali dati saranno da processati e combinati;

– disabilitare le interfacce wireless quando non utilizzate;

– fornire all’utente strumenti per selezionare i dati che verranno trasferiti al titolare;

– garantire all’utente il diritto di accesso ai dati e l’abilità a trasferirli;

– notificare agli utenti le falle di sicurezza non appena scoperte.

Oltre a tutto quanto sopra, rimarranno valide ed applicabili tutte le norme del Regolamento, incluse le elevate sanzioni ivi previste in caso di inottemperanza.

di Giacomo Gori