A partire dal 2018, sono stati ufficialmente riconosciuti i Distretti del Cibo, vale a dire tutti quei distretti agroalimentari e rurali che siano caratterizzati da una significativa presenza di attività agricole, le quali, in stretta collaborazione lungo tutta la filiera alimentare, cooperano e contribuiscono alla riqualificazione ed alla valorizzazione della zona, nonché alla promozione delle sue risorse e prodotti tipici.

Ma quali realtà possono, in concreto, essere qualificate come Distretti del Cibo? La legge di bilancio fa riferimento a quattro distinte tipologie, vale a dire: (i) i distretti rurali e agroalimentari di qualità, (ii) i distretti caratterizzati da una significativa presenza di attività agricole volte alla riqualificazione ambientale e sociale delle aree, (iii) i distretti caratterizzati dall’integrazione fra attività agricole e attività di prossimità ed (iv) i distretti biologici.

Con l’approvazione della legge di bilancio di previsione 2018, avvenuta lo scorso 27 dicembre, il Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali ha deciso di stanziare fondi per il riconoscimento e lo sviluppo dei Distretti del Cibo, investendo 5 milioni di euro già a partire dall’anno corrente e, in seguito, una cifra pari al doppio a decorrere dal 2019.

Senza dubbio, tale scelta manifesta, da un lato, la reale volontà di incidere nel settore agroalimentare, valorizzando il patrimonio agricolo, rurale ed enogastronomico – certamente abbondante – di ogni zona d’Italia; dall’altro, traspare certamente la finalità di tutelare e valorizzare l’autenticità del territorio italiano, attraverso una maggiore integrazione fra i vari operatori della filiera, dalle imprese agricole, passando dalle attività di prossimità, fino ad arrivare al consumatore.

Come spiegato da Maurizio Martina, all’epoca Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, i Distretti del Cibo sono uno “strumento di progettazione territoriale partecipata” – assimilabili a dei consorzi o a quelli che erano i Gruppi di Azione Locale – ed hanno la finalità di promuovere e valorizzare il territorio italiano e le sue risorse.

Di particolare interesse sono anche le modalità tramite le quali verranno concessi i finanziamenti. Questi ultimi, infatti, non verranno erogati in favore dei singoli imprenditori ed operatori della filiera alimentare, bensì verranno corrisposti direttamente al distretto. Così facendo, ci sarà la possibilità per i distretti di pianificare ed attuare concretamente piani di sviluppo a lungo termine per l’area territoriale di propria competenza, in modo tale da garantire uniformità e coerenza nello sviluppo, con un occhio di riguardo alla sostenibilità ed al rispetto del territorio.

Al fine di garantire un rapido ed efficiente riconoscimento dei Distretti, la competenza è stata affidata alle regioni, così come alle province autonome, le quali dovranno occuparsi della registrazione e della relativa comunicazione al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, presso il quale è stato aperto il registro nazionale dei Distretti del Cibo, liberamente consultabile sul sito del Ministero.

Da ultimo, al fine di valorizzare ulteriormente l’integrazione fra gli operatori della filiera, aumentando al contempo la genuinità e l’autenticità dell’esperienza per il consumatore finale, è stata introdotta la possibilità, per l’imprenditore agricolo, di vendere i propri prodotti direttamente al pubblico. La grande novità rispetto al passato risiede nel fatto che, d’ora in avanti, i prodotti potranno essere trasformati e manipolati direttamente dall’agricoltore, che quindi potrà – anche utilizzando bancarelle itineranti -venderli al pubblico già pronti per essere consumati.

Un effettivo km zero, dal produttore al consumatore.

di Lorenzo Fabbri