La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 254/2017, si è recentemente espressa in tema di subfornitura, affermando che il principio contenuto nell’art. 29 comma 2 del D.lgs. 10 settembre 2003, n. 276 è applicabile anche a favore dei dipendenti del subfornitore.

Alla luce di tale sentenza, ora i committenti sono obbligati in solido con il subfornitore, entro il limite di due anni dalla cessazione del rapporto di subfornitura, a corrispondere ai lavoratori di questi ultimi i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonché i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di subfornitura.

La Corte Costituzionale, ha ritenuto, infatti, estensibile alla subfornitura la norma sulla responsabilità solidale del committente dettata in tema di appalto sull’assunto che tale disciplina si applica a tutte le tipologie di lavoro indiretto, “ciò in quanto la ratio dell’introduzione della responsabilità solidale del committente – che è quella di evitare il rischio che i meccanismi di decentramento, e di dissociazione fra titolarità del contratto di lavoro e utilizzazione della prestazione, vadano a danno dei lavoratori utilizzati nell’esecuzione del contratto commerciale – non giustifica una esclusione (che si porrebbe, altrimenti, in contrasto con il precetto dell’art. 3 Cost.) della predisposta garanzia nei confronti dei dipendenti del subfornitore, atteso che la tutela del soggetto che assicura una attività lavorativa indiretta non può non estendersi a tutti i livelli del decentramento”.

La Corte Costituzione ha – evidentemente – inteso fornire garanzie sempre più ampie ai lavoratori. Infatti, ai sensi della sentenza, l’applicabilità dell’art. 29 comma 2 del D.lgs. 10 settembre 2003, n. 276 non è limitata ai soli contratti di appalto e subfornitura, ma è estesa a tutte quelle fattispecie che prevedono o possono essere configurate (anche solamente ex post) come una prestazione di lavoro indiretta.

“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole [….]”.

La decisione della Corte Costituzionale obbliga, così, ora le imprese ad una ancor più attenta redazione dei contratti, atteso che i nuovi contratti non potranno che prevedere clausole di manleva, fidejussioni, garanzie e formali obblighi di comunicazione dei pagamenti contributivi e retributivi.

Ci si domanda a questo punto: vale ancora la pena produrre in Italia? Siamo un Paese che con una siffatta legislazione può attrarre commesse straniere? Siamo ancora una Nazione che produce beni di qualità talmente superiore da attrarre commesse nonostante l’elevato costo del lavoro e del rischio di dover pagare retribuzioni e contribuzioni di dipendenti altrui?

di Roberto Tirone

 

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