L’home restaurant è l’attività di ristorazione svolta da persone fisiche all’interno di abitazioni private e rientra tra le attività della c.d. sharing economy che ha suscitato recentemente un acceso dibattito.

In particolare, l’attività di home restaurant è stata oggetto di attenzione, dapprima, da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, poi, del legislatore e, più recentemente, dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Il Ministero dello Sviluppo Economico, con la risoluzione n. 50481, del 10 aprile 2015, ha classificato l’home restaurant come un’attività vera e propria di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande e, pertanto, soggetta alle disposizioni di cui all’articolo 64, comma 7, del d.lgs n. 59/2010 e s.m.i. Ciò significa che, previo possesso dei requisiti di onorabilità nonché professionali di cui all’articolo 71 del d.lgs 59/2010 e s.m.i., i soggetti che intendono svolgere l’attività di home restaurant, sono tenuti, secondo la predetta risoluzione del Ministero dello Sviluppo Economico, a presentare la Segnalazione Certificata di Inizio Attività (“SCIA”) al comune competente dove si svolge l’attività di home restaurant o a richiedere al medesimo l’autorizzazione amministrativa, ove trattasi di attività svolte in zone tutelate, ossia in zone del territorio che i comuni intendono sottoporre a provvedimenti di programmazione delle aperture degli esercizi di somministrazioni di alimenti e bevande per finalità ad esempio di sostenibilità ambientale, sociale e di viabilità.

Più recentemente il legislatore con il disegno di legge AS n. 2647 recante “Disciplina dell’attività di ristorazione in abitazione privata”, approvato dalla Camera dei Deputati e attualmente in corso di esame da parte del Senato, ha cercato di regolare l’attività di home restaurant, in maniera, alquanto “restrittiva”. Infatti, tale disegno di legge:

  • prevede che la suddetta attività sia svolta per il tramite di piattaforme digitali, gestite da un Gestore, che mette in contatto l’Utente Cuoco, che materialmente svolge l’attività di ristorazione, e l’Utente fruitore, che utilizza il servizio (articolo 2, comma 1, a);
  • impone che le transazioni di denaro avvengano mediante le piattaforme digitali ed esclusivamente attraverso sistemi di pagamento elettronico (articolo 3, comma 3);
  • impone agli Utenti Cuochi di: (i) avvalersi della propria organizzazione familiare e utilizzare parte di una unità immobiliare ad uso abitativo che deve possedere le caratteristiche di abitabilità e di igiene ai sensi della normativa vigente per gli immobili aventi tale destinazione (articolo 4 comma 2, articolo 5 comma 1) (ii) possedere i requisiti di onorabilità di cui all’articolo 71, commi 1 e 2, d.lgs 59/2010 (articolo 4, comma 3);
  • attribuisce al Gestore una serie di obblighi di:
    • verifica sugli Utenti Cuochi relativamente all’avvenuta stipula da parte di quest’ultimi di polizze assicurative per la copertura dei rischi derivanti dall’attività di home restaurant e per la responsabilità civile verso terzi collegata all’unità immobiliare in cui si svolge tale attività, nonché sul possesso dei requisiti da parte dell’Utente Cuoco per svolgere l’attività in esame (articolo 3, comma 6 e comma 7);
    • di informativa alla clientela circa il servizio offerto e le coperture assicurative stipulate, (articolo 3, comma 8);
  • obbliga il Gestore a comunicare, ai comuni, per via digitale le unità immobiliari registrate nella piattaforma presso le quali si svolgono l’attività di home restaurant (articolo 3, comma 9);
  • esenta gli Utenti Cuochi dall’obbligo di stipulare le coperture assicurative e il Gestore da quello di indicare al comune competente le unità immobiliari in cui si svolge l’attività solo in caso di eventi enogastronomici c.d. di social eating, organizzati per non più di cinque volte nell’anno solare e per un massimo di 50 coperti complessivi (articolo 4 comma 2);
  • stabilisce che l’attività di home restaurant non può superare il limite di 500 coperti per anno solare né generare proventi superiori a 5.000 euro annui (articolo 4, comma 4);
  • impone che le unità immobiliari ad uso abitativo utilizzate per l’esercizio dell’attività di home restaurant posseggano le caratteristiche di abitabilità e di igiene previste per gli immobili aventi tale destinazione;
  • vieta di svolgere la suddetta attività nelle stesse unità immobiliari ad uso abitativo in cui sono esercitate attività turistico-ricettive in forma non imprenditoriale o attività di locazione per periodi di durata inferiore a trenta giorni (articolo 5, comma 3).

È evidente che il disegno di legge n. 2647 pone chiare limitazioni all’attività di home restaurant e, per questo, è stato fortemente criticato da parte degli operatori della c.d. sharing economy ed è stato anche recentemente criticato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

In particolare l’AGCM nel proprio parere, datato 30 marzo 2017, ha affermato che il suddetto disegno di legge “appare nel suo complesso idoneo a limitare indebitamente una modalità emergente di offerta alternativa del servizio di ristorazione e, nella misura in cui prevede obblighi che normalmente non sono posti a carico degli operatori tradizionali, risulta discriminare gli operatori di home restaurant, a favore dei primi, senza rispettare il test di proporzionalità, necessarietà delle misure restrittive rispetto al perseguimento di specifici obiettivi imperativi di interesse generale, come invece richiesto a livello europeo”.

Il parere dell’AGCM ha quindi ulteriormente acceso il dibattito sull’attività di home restaurant che, comunque, manca ancora di una normativa – attualmente al vaglio del Senato –  in grado di bilanciare adeguatamente, da un lato, gli interessi degli operatori del settore e, dall’altro, gli indubbi vantaggi della c.d. sharing economy.

di Katia Guerra